Italiani poco poliglotti

24 Novembre 2006

Le lingue straniere? Contraddizioni all’italiana: tutti pensano che sia utile conoscerle, ma pochi le parlano. Se da una parte il 97,7% della popolazione e il 96% delle imprese ritengono molto utile la conoscenza delle lingue straniere, dall’altra il 78,1% della popolazione dichiara di non aver alcuna intenzione di apprenderne una e il 95,4% delle imprese non intende organizzare corsi di formazione. Lo attesta la fotografia scattata da Censis e Gn Research, nell’ambito del progetto LETitFLY.

Il Sole 24 Ore – 23 novembre 2006

Italiani poco poliglotti, uso delle lingue inutile per il 26% delle piccole imprese

di Nicoletta Cottone

Le lingue straniere? Contraddizioni all’italiana: tutti pensano che
sia utile conoscerle, ma pochi le parlano. Se da una parte il 97,7%
della popolazione e il 96% delle imprese ritengono molto utile la
conoscenza delle lingue straniere, dall’altra il 78,1% della
popolazione dichiara di non aver alcuna intenzione di apprenderne una
e il 95,4% delle imprese non intende organizzare corsi di formazione.
Lo attesta la fotografia scattata da Censis e Gn Research, nell’ambito
del progetto LETitFLY (Learning education and training in the foreign
languages in Italy), finanziato dal Fondo sociale europeo a titolarità
del ministero del Lavoro. I dati sono stati presentati oggi durante il
convegno «LETitFLY: la formazione linguistica in Italia…da crisalide a
farfalla».
Insomma in Italia esiste un clima che si può definire di scarso
multilinguismo: italiani poco poliglotti, dunque, visto che il 63,7%
di chi afferma di conoscere le lingue ne conosce solo una, il 28,6%
due e solo il 6,4% tre. Inoltre il 66,2% della popolazione italiana
che sostiene di conoscere almeno una lingua straniera, valuta scarse
le proprie abilità nel 50% dei casi, appena sufficienti nel 19%, molto
buone solo nel 7,1% dei casi. La più conosciuta delle lingue
straniere, comunque, come immaginabile, è l’inglese, seguita da
francese, tedesco e spagnolo. L’utilizzo delle lingue appare, poi,
sporadico e legato alla dimensione ricreativo-affettiva: viaggi,
comunicazioni con familiari, amici e conoscenti, lavoro, lettura di
libri, navigazione in Internet, visione di pellicole cinematografiche
e programmi tv. Soprattutto al Centro e al Sud d’Italia si utilizzano
poco le proprie conoscenze linguistiche.
Il titolo di studio posseduto conta: solo il 2,7% dei laureati non
conosce le lingue, contro l’83,2% degli analfabeti o di chi possiede
solo la licenza elementare. Gli uomini, inoltre, sanno le lingue più
delle donne.

Le imprese. Nel mondo del lavoro solo il 35,5% utilizza le conoscenze
linguistiche. Dalle imprese sì, comunque, ad avere al proprio interno
personale con competenze linguistiche (76%), sì alla conoscenza degli
idiomi delle economie emergenti (55,4%), anche se oltre la metà non
ritiene necessario organizzare corsi se non si utilizzano le lingue,
mentre il 65,9% giudica opportuno avere una conoscenza linguistica
minima, giusto per poter leggere manuali o navigare in Internet.
«Nell’immaginario aziendale – attesta lo studio – l’inglese è la
lingua del business per eccellenza, seguita da tedesco, francese,
spagnolo e cinese». Nei fatti, poi, circa un quarto delle imprese,
soprattutto le piccole del Nord-Ovest, reputano inutile ai fini
aziendali l’utilizzo delle lingue straniere. Conseguenza che si rivela
anche nella selezione del personale, tanto che il 66,1% delle aziende
non valuta le competenze linguistiche degli aspiranti dipendenti,
tanto che basta una sorta di autodichiarazione del proprio grado di
competenza.
Poche le imprese che si impegnano a migliorare le competenze dei
propri dipendenti (4,6%), soprattutto manager, con corsi di
formazione. Oltre all’inglese, che spadroneggia con il 94,5% dei
corsi, si fanno largo anche cinese, giapponese e russo.
Il futuro. La ricetta del futuro per l’apprendimento linguistico si
basa su gemellaggi, programmi di mobilità per studio e lavoro,
programmi tv sottotitolati e circoli di studio. Accanto a questi si
sommano forme di sostegno finanziario, come voucher individuali o
sgravi fiscali, e corsi legati alla formazione professionale.

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